Improvvisamente
di Andrea Scurosu
dedicato a Silvano e Dario. Loro capiranno perché.
Improvvisamente, apre la porta di fronte a lui.
Intorno viaggia solo un alito di buio, e freddo che gli penetra le ossa, che gli percuote la schiena come mille rimpianti di qualcosa che è svanito come la luce in quella stanza, come il chiarore della luna che, anche quest’anno, lo ha accompagnato lungo la strada di casa.
I suoi occhi bruciano di passione struggente, di anima anomala, di pensieri che sembrano provenire da altri mondi. Tutte queste luci, quante luci baluginare intorno a lui; quante persone, quante vite, quante cose in subbuglio lo penetrano dentro, fino al fondo del baratro di luce che è il suo cuore. Quanto male e quanto bene scorge nei visi intorno, nelle braccia che fluttuano a tempo, che si lasciano inghiottire dall’oblio di un cuba libre e di tre ottave in quattro quarti.
Apre la porta ed esce al chiarore del fiume di fronte a lui. Persone barcollanti come navi solitarie in mare trasportano ciascuna la propria esistenza, caracollando fra la tristezza passeggera e la dolce irrequietezza che l’essere umano chiama amore.
Qualche sguardo lo incrocia, alcuni sono altri cani randagi, abietti viaggiatori dell’oscurità più nera, altri hanno i suoi stessi occhi, vagamente malinconici, vagamente dondolanti sul baratro del che porta al domani.
La porta è spalancata. Prende una boccata d’aria, di cannabis, di un’occhiata fugace dell’ennesima donna. Osserva stranito Torino. Osserva stranito l’orizzonte dell’alba, come un pescatore d’anime osserva compiacente ed estraneo il Diavolo ballare intorno ai suoi pesci d’autunno.
Anche lei fa lo stesso. Balla sinuosa come una sirena sfocata, in mezzo al buio, alla luce, al bagliore, all’umidità del sesso che in questo posto si può sentire come un rovo di more in mezzo ad un campo estivo di ricordi d’infanzia.
Lui ha voglia di piangere, ma non sa perché.
Anche lei forse vorrebbe farlo. Ma sorride.
L’ennesimo sorriso, l’ennesimo sguardo ammaliante, il suo, che fluttua fra braccia e gambe e pensieri e attrazione. La porta è spalancata dietro di lui.
Si, sta guardando proprio me. pensa.
Ha voglia di piangere.
Come un lupo che avvista la preda nel mezzo della radura della foresta oscura, lei scivola silenziosa in mezzo alla folla, senza staccare lo sguardo da quello di lui. Chissà com’è il mio viso ora, ai suoi occhi, chissà come sono io, visto da fuori. Se sembro un povero diavolo vaneggiante, o un triste cavaliere della penombra, dai modi di fare fuoriluogo ed antichi e stranamente irresistibile.
Non riesce a staccare lo sguardo da quelle perle che scivolano nella folla, nel dondolio frenetico di Bob Marley accompagnato da stridule note dei Subsonica.
Ha voglia di piangere. Forse, perché in questo momento gli piacerebbe un angelo a portarlo via lontano, nel vuoto siderale di una spiaggia dimenticata da Dio, come lo è lui, forse.
L’alito di vento della porta spalancata gli ghiaccia le vene per un istante.
Frettolosi spintoni lo animano come nel mezzo di un mercato d’amore e musica, dove si vendono le migliori note e le migliori labbra, al primo offerente con il buon portafoglio e la giacca decente.
Lei si avvicina.
Ora si rende conto che non sta guardando nemmeno lei.
Sta osservando le vite degli altri. Come se avesse i raggi x, penetra le esistenze degli altri, in quegli attimi di urla e scale musicali, penetra le ingiallite foto di famiglia degli altri, sorride perché in fondo sono un po’ come le sue. Foto di momenti indimenticabili, che si dimenticano alla prima alba luminosa e piena. O forse, foto che loro, i viaggiatori notturni, portano nella tasca della giacca in silenzio, aspettando il momento buono per il mezzo sorriso e per il ritrovo con amici di vecchia data.
Lei arriva davanti a lui, con il suo bicchiere di oblio e note, la sigaretta ormai un mozzicone poco più che finito, lo sguardo che sembrerebbe fare lei stessa ciò che lui fa agli altri, studiando lo spartito della sua anima fino ad aspettare il momento dell’assolo.
La porta è sempre aperta dietro di lui.
- Sei troppo carino e troppo triste per i miei gusti. - dice lei abbozzando un sorriso nascosto da luci e fumo e da pensieri tetri.
Sorride. Intorno ai due la notte continua a fagocitare i suoi figli, volenti e nolenti, mentre una chitarra struggente tenta di graffiare il cuore, come a redarguirli che non sono automi del futuro, che anche a loro, a volte, è permesso piangere.
Lei gli accarezza il viso. Lui si accorge solo ora che sta piangendo davvero.
Rimane in silenzio, mentre lei gli passa il suo bicchiere e lo abbraccia in silenzio, come fossero due vecchi amici. Appoggia per un attimo la sua testa colma di stranezze e capelli come nuvole castane e lo trascina lentamente nel ballo, allontanandolo dalla porta dietro di lui.
L’alito di vento gelido, tetro, è sempre lì che lo osserva in silenzio, come Dio osserva le battaglie fatte a suo nome di noi stupide formiche.
Lei tira su la testa e lo guarda.
- Sei un angelo?- chiede lui con un filo di voce, con gli occhi seri come il giorno che se ne andò quella sua amica che sapeva già di cielo quand’era ancora fra i comuni mortali.
Non risponde.
La porta è sempre più lontana. Da qualche parte si sente una risata compiaciuta. Potrebbe essere il Diavolo. Oppure è solo il modo che ha Dio di accarezzare gli uomini.
- No, non sono un angelo.- dice lei sottovoce -Tu sei un angelo?-
Ballano in silenzio.
-Si.-
Un mezzo sorriso increspa il viso dell'uomo che, ormai, è come il mare che si acquieta e vuole essere dimenticato.
-Mi sono perso.- finisce guardandola negli occhi.
E quest’incredibile estranea, che domani non sarà niente di più che un viso nella folla di maggio, quest’incredibile estranea lo abbraccia forte, così forte che, a momenti, dopo secoli di polvere, forse per un breve istante riuscirà a soffiare via la polvere stessa che s’è posata dentro di lui.
Lo bacia. Ma questo ha poca importanza.
Ormai la porta è lontana, la porta è lontana.
Sembrerebbe salvo, improvvisamente, anche questa notte.
dedicato a Silvano e Dario. Loro capiranno perché.
Improvvisamente, apre la porta di fronte a lui.
Intorno viaggia solo un alito di buio, e freddo che gli penetra le ossa, che gli percuote la schiena come mille rimpianti di qualcosa che è svanito come la luce in quella stanza, come il chiarore della luna che, anche quest’anno, lo ha accompagnato lungo la strada di casa.
I suoi occhi bruciano di passione struggente, di anima anomala, di pensieri che sembrano provenire da altri mondi. Tutte queste luci, quante luci baluginare intorno a lui; quante persone, quante vite, quante cose in subbuglio lo penetrano dentro, fino al fondo del baratro di luce che è il suo cuore. Quanto male e quanto bene scorge nei visi intorno, nelle braccia che fluttuano a tempo, che si lasciano inghiottire dall’oblio di un cuba libre e di tre ottave in quattro quarti.
Apre la porta ed esce al chiarore del fiume di fronte a lui. Persone barcollanti come navi solitarie in mare trasportano ciascuna la propria esistenza, caracollando fra la tristezza passeggera e la dolce irrequietezza che l’essere umano chiama amore.
Qualche sguardo lo incrocia, alcuni sono altri cani randagi, abietti viaggiatori dell’oscurità più nera, altri hanno i suoi stessi occhi, vagamente malinconici, vagamente dondolanti sul baratro del che porta al domani.
La porta è spalancata. Prende una boccata d’aria, di cannabis, di un’occhiata fugace dell’ennesima donna. Osserva stranito Torino. Osserva stranito l’orizzonte dell’alba, come un pescatore d’anime osserva compiacente ed estraneo il Diavolo ballare intorno ai suoi pesci d’autunno.
Anche lei fa lo stesso. Balla sinuosa come una sirena sfocata, in mezzo al buio, alla luce, al bagliore, all’umidità del sesso che in questo posto si può sentire come un rovo di more in mezzo ad un campo estivo di ricordi d’infanzia.
Lui ha voglia di piangere, ma non sa perché.
Anche lei forse vorrebbe farlo. Ma sorride.
L’ennesimo sorriso, l’ennesimo sguardo ammaliante, il suo, che fluttua fra braccia e gambe e pensieri e attrazione. La porta è spalancata dietro di lui.
Si, sta guardando proprio me. pensa.
Ha voglia di piangere.
Come un lupo che avvista la preda nel mezzo della radura della foresta oscura, lei scivola silenziosa in mezzo alla folla, senza staccare lo sguardo da quello di lui. Chissà com’è il mio viso ora, ai suoi occhi, chissà come sono io, visto da fuori. Se sembro un povero diavolo vaneggiante, o un triste cavaliere della penombra, dai modi di fare fuoriluogo ed antichi e stranamente irresistibile.
Non riesce a staccare lo sguardo da quelle perle che scivolano nella folla, nel dondolio frenetico di Bob Marley accompagnato da stridule note dei Subsonica.
Ha voglia di piangere. Forse, perché in questo momento gli piacerebbe un angelo a portarlo via lontano, nel vuoto siderale di una spiaggia dimenticata da Dio, come lo è lui, forse.
L’alito di vento della porta spalancata gli ghiaccia le vene per un istante.
Frettolosi spintoni lo animano come nel mezzo di un mercato d’amore e musica, dove si vendono le migliori note e le migliori labbra, al primo offerente con il buon portafoglio e la giacca decente.
Lei si avvicina.
Ora si rende conto che non sta guardando nemmeno lei.
Sta osservando le vite degli altri. Come se avesse i raggi x, penetra le esistenze degli altri, in quegli attimi di urla e scale musicali, penetra le ingiallite foto di famiglia degli altri, sorride perché in fondo sono un po’ come le sue. Foto di momenti indimenticabili, che si dimenticano alla prima alba luminosa e piena. O forse, foto che loro, i viaggiatori notturni, portano nella tasca della giacca in silenzio, aspettando il momento buono per il mezzo sorriso e per il ritrovo con amici di vecchia data.
Lei arriva davanti a lui, con il suo bicchiere di oblio e note, la sigaretta ormai un mozzicone poco più che finito, lo sguardo che sembrerebbe fare lei stessa ciò che lui fa agli altri, studiando lo spartito della sua anima fino ad aspettare il momento dell’assolo.
La porta è sempre aperta dietro di lui.
- Sei troppo carino e troppo triste per i miei gusti. - dice lei abbozzando un sorriso nascosto da luci e fumo e da pensieri tetri.
Sorride. Intorno ai due la notte continua a fagocitare i suoi figli, volenti e nolenti, mentre una chitarra struggente tenta di graffiare il cuore, come a redarguirli che non sono automi del futuro, che anche a loro, a volte, è permesso piangere.
Lei gli accarezza il viso. Lui si accorge solo ora che sta piangendo davvero.
Rimane in silenzio, mentre lei gli passa il suo bicchiere e lo abbraccia in silenzio, come fossero due vecchi amici. Appoggia per un attimo la sua testa colma di stranezze e capelli come nuvole castane e lo trascina lentamente nel ballo, allontanandolo dalla porta dietro di lui.
L’alito di vento gelido, tetro, è sempre lì che lo osserva in silenzio, come Dio osserva le battaglie fatte a suo nome di noi stupide formiche.
Lei tira su la testa e lo guarda.
- Sei un angelo?- chiede lui con un filo di voce, con gli occhi seri come il giorno che se ne andò quella sua amica che sapeva già di cielo quand’era ancora fra i comuni mortali.
Non risponde.
La porta è sempre più lontana. Da qualche parte si sente una risata compiaciuta. Potrebbe essere il Diavolo. Oppure è solo il modo che ha Dio di accarezzare gli uomini.
- No, non sono un angelo.- dice lei sottovoce -Tu sei un angelo?-
Ballano in silenzio.
-Si.-
Un mezzo sorriso increspa il viso dell'uomo che, ormai, è come il mare che si acquieta e vuole essere dimenticato.
-Mi sono perso.- finisce guardandola negli occhi.
E quest’incredibile estranea, che domani non sarà niente di più che un viso nella folla di maggio, quest’incredibile estranea lo abbraccia forte, così forte che, a momenti, dopo secoli di polvere, forse per un breve istante riuscirà a soffiare via la polvere stessa che s’è posata dentro di lui.
Lo bacia. Ma questo ha poca importanza.
Ormai la porta è lontana, la porta è lontana.
Sembrerebbe salvo, improvvisamente, anche questa notte.
- Sulle note di Marooned, Pink Floyd. -


